
ALBERTO ZAVA, Riflessi e suggestioni nell'universo umoristico pirandelliano tra Laurence Sterne ed Alberto Cantoni La ricchezza e l'originalità narrativa di Alberto Cantoni, autore mantovano di fine Ottocento, mettono in evidenza un'esperienza letteraria che, solitamente affiancata alle tendenze delle correnti veriste e scapigliate, viene ricalcolata, grazie agli interventi critici di Luigi Pirandello ed in funzione della determinante componente umoristica intrinseca, verso le dinamiche e le cifre della digressione e della frammentazione tipiche della letteratura del Novecento. I numerosi punti di intersezione riscontrabili a livello sia di superficie testuale che di profondità teorizzativa tra le opere di Cantoni e quelle di Pirandello, di qualche anno successive, consentono di assegnare allo scrittore mantovano un ruolo di rilievo nell'elaborazione delle immagini, delle suggestioni e della linea teorica che caratterizzeranno la stagione umoristica narrativa e drammaturgica pirandelliana: una posizione per certi aspetti di preminenza rispetto allo stesso Laurence Sterne, referente riconosciuto dell'autore siciliano. Back to top LAURA NAY, L'«ebbro demone della letteratura»: femminilità e sofferenza in 'Suo marito' di Luigi Pirandello L'articolo si propone di indicare un possibile legame fra la creatività letteraria e la femminilità, o meglio, fra la creatività letteraria e la maternità. Non si tratta, è ovvio, di leggere l'intero romanzo unicamente alla luce del difficile rapporto donna-scrittura. Suo marito va ripercorso, piuttosto, in senso più ampio, come metafora del «mistero della creazione artistica», che Pirandello stesso, in altra occasione, apparenta al «mistero della nascita naturale». In tal direzione, la protagonista, Silvia Roncella, appare sempre più come l'alter ego di Pirandello stesso, della di lui esperienza, in quanto scrittore, nel dar voce e vita alle creature della sua immaginazione, le quali chiedono prepotentemente di essere rappresentate. Romanzo di struttura circolare, Suo marito offre al lettore anche altri interessanti spunti (basti citare la polemica, appena sfiorata, nei confronti dei «fantastici professori di critica antropologica») per poi chiudersi su quello che resta il tema fondamentale, ovvero l'atto della scrittura. Il «demone» che spinge Pirandello a scrivere "inconsciamente" è lo stesso «ebbro demone» di Silvia. Entrambi catturati in un gioco di specchi che induce lo scrittore a dar vita ad un altro se stesso destinato a rappresentare il travaglio della creazione (non a caso, Pirandello fa di Silvia l'autrice della Nuova Colonia), Pirandello e la Roncella sperimentano il mistero della scrittura che dà corpo alla «viva parte» del proprio io, alla «vita non vissuta, ma trasfusa in un fantasma che li sostituisce in un mondo ideale», quello, per l'appunto, della letteratura. Back to top GIOVANNI RAMELLA, Strutture simboliche nei romanzi dell'esilio di Ignazio Silone Il presente studio tenta di penetrare lo spessore delle strutture simboliche dell'immaginario collettivo delle popolazioni della Marsica, con particolare riguardo ai simboli religiosi che soggiacciono alle vicende narrate da Ignazio Silone nei tre romanzi composti durante il periodo dell'esilio in Svizzera. L'attenzione si concentra sui simboli cristologici, che si aggregano in buona parte intorno ai simboli del pane e del vino. Essi assumono una rilevanza decisiva per la comprensione dell'universo mitico-religioso evocato nei romanzi di Silone. L'impregnazione religiosa e specificamente cristiana delle credenze, degli atteggiamenti mentali e dei comportamenti, ben al di là delle pratiche cultuali e dei riti, risalta anche attraverso il linguaggio, che riecheggia, sia pur mediatamente o in modo allusivo e talora improprio, luoghi e fatti della Sacra Scrittura. L'esplorazione di tale universo, così come si esprime nei gesti, nelle parole e nelle azioni dei personaggi, consente di far emergere il progetto narrativo di Silone, come «riscrittura» di situazioni, discorsi ed eventi del grande Libro. Back to top CARLO PORRATI, Montale, Towianski e gli spiriti Un ruolo significativo nella vicenda interiore del giovane Montale è costituito dall'interesse per il pensiero di Andrzej Towianski (che in anni di poco successivi entusiasmerà Clemente Rebora). Furono la sorella Marianna e Padre Trinchero, il barnabita de L'odore dell'eresia, ad avvicinare il poeta genovese al mistico polacco. L'episodio è stato ricostruito altrove con grande precisione, ma limitatamente ad un interesse biografico e documentario. Il contributo di Carlo Porrati analizza per la prima volta la produzione poetica montaliana per verificare in essa l'ipotesi della sopravvivenza di una teoria che sembra aver esercitato sul poeta un'influenza non trascurabile, trascendendo ampiamente i limiti cronologici ai quali è consuetudine circoscrivere questo dato biografico: l'indagine si estende per exempla dal 1915, l'anno del Quaderno Genovese, al 1972, data di composizione de L'odore dell'eresia. Back to top GIORGIO BERTONE, Il mito del Cetaceo L'autore tratta due temi collegati fra loro: a) alcuni aspetti della traduzione di Moby-Dick di Cesare Pavese; b) la concezione pavesiana del mito. Traduzione infedele o troppo fedele? Qui si esaminano, prima, alcuni punti della traduzione con esempi precisi e attraverso il confronto tra le due edizioni della traduzione (1932 e 1941), in rapporto pure al lavoro dei più recenti traduttori (R. Bianchi, 1993). Si insegue, dopo, la lettura pavesiana del mito di Moby-Dick, visto dallo scrittore piemontese più come libro tragico e "mitico-tragico" che come "romanzo" con i suoi personaggi che si evolvono. In seguito Pavese affianca al concetto di "mito" quello di «simbolo". Mito e simbolo possono accostarsi senza generare attriti e contraddizioni? Appunto in questo consisterà il punto di arrivo di una concezione che in definitiva si apre al "mito impossibile" a una sorta di "mito del mito", a sua volta interpretabile, per noi, sul piano esistenzialistico; mentre nella prima poesia di Lavorare stanca, I Mari del Sud, il mito del Cetaceo è piuttosto realizzato attraverso citazioni letterarie che si risolvono in felice leggenda langarola.. Back to top VALERIO CAPASA, «Quello che cerco l'ho nel cuore, come te». I 'Dialoghi con Leucò' di Pavese Interpretare i Dialoghi con Leucò vuol dire fare i conti con il linguaggio mitico di Pavese, con quel ristretto reticolo lessicale in cui si condensa un «nòcciolo umano». L'articolo prova a penetrarvi a partire da alcune immagini fondamentali come nube e ombra e dalle varianti ai miti di Iacinto e di Euridice. In questa prospettiva, emergono dalle battute dei personaggi di Leucò due atteggiamenti alternativi: gli dèi, ossia gli «individui autosufficienti», sorridono per dimenticare la spina del fianco del proprio desiderio; altri, indomiti cercatori, testimoniano una tensione drammatica e nostalgica che, da Odisseo in poi, permea la struttura del testo. A tale alternativa non sono estranei nemmeno i lettori, che sempre muovono - come gli interlocutori dei Dialoghi - da uno sfondo di ipotesi ultime. Back to top MARCO STERPOS, Note fenogliane: proposta di lettura dell'ultimo capitolo di 'Primavera di bellezza' L'autore propone una rivisitazione di questo romanzo, a suo giudizio generalmente sottovalutato. Egli nega che Primavera di bellezza sia, come vogliono alcuni critici, un libro scritto da Fenoglio soprattutto per accontentare l'editore Garzanti, che voleva da lui un romanzo: e tanto meno è vero, secondo Sterpos, che la morte di Johnny a conclusione dell'opera sia una soluzione escogitata dall'autore per porre fine a un libro che non aveva più nulla da dire. Per l'autore, Primavera di bellezza è invece un romanzo che Fenoglio scrisse e volle concludere così per narrare, obbedendo a sue intime esigenze artistiche, la vicenda di Johnny come rappresentante di quella generazione che, nata col regime fascista e da esso lusingata ed esaltata come "primavera di bellezza", si trovò, dopo l'8 settembre 1943, di fronte a scelte della più alta drammaticità. Ed anche se Fenoglio in questo libro dedica alla Resistenza solo gli ultimi tre capitoli, egli riesce - sempre secondo Sterpos - a rappresentarla in uno stadio in cui il movimento stava appena nascendo e i combattenti per la libertà non erano ancora "partigiani" ma "ribelli". Leggendo infine l'ultimo capitolo, l'autore vede in esso una sorta di azione tragica, che si svolge nell'arco di una giornata ed ha come catastrofe finale la morte di Johnny: morte tutt'altro che retorica ma rappresentata con semplice naturalezza, come la morte di un partigiano fra i tanti, caduto senza sentirsi un eroe. Back to top VERONICA REGIS, Pasolini in Cina L'articolo propone un confronto tra due testi di Pasolini e la loro traduzione in cinese ad opera di Qian Hongjia, nel tentativo di sottolineare alcune incongruenze riscontrate soprattutto nell'analisi della traduzione di Le ceneri di Gramsci: esse sembrano additare la dispersione di una serie di concetti che non resistono al passaggio dall'italiano al cinese. Back to top MONICA BANDELLA - PETER KUON, Il lager e il suo linguaggio nelle testimonianze dei sopravvissuti italiani di Mauthausen Alla base di questo studio sul linguaggio dei lager sta l'osservazione diretta delle forme e delle accezioni in cui esso si dispone nei testi di memoria dei sopravvissuti di Mauthausen. Una rassegna, compilata attraverso la lettura di una ventina di testi (contenuti nell'archivio del "Salzburger Mauthausenprojekt. Le testimonianze dei sopravvissuti in lingua francese, italiana e spagnola"), avvia la riflessione sulle funzioni mimetiche e rappresentative che tale "linguaggio ricordato" assume nella stesura della propria testimonianza da parte degli autori. Non è dunque tanto alla precisazione dello status linguistico dell'idioma del campo (approccio critico tradizionale) che mira questo studio, quanto piuttosto all'analisi dell'interazione verbale esistente nel sistema del lager - dunque della problematicità individuale legata ad essa - che si proietta nella dimensione narrativa del dopo-lager, in cui il sopravvissuto è attante del processo di elaborazione e comunicazione dell'esperienza vissuta. Back to top DEMETRIO PAOLIN, La memoria e l'oltraggio. Primo Levi interprete di Dante Partendo da Se questo è un uomo e ampliando l'analisi alle altre opere di Levi, si è voluto cercare di portare alla luce i luoghi danteschi che più hanno influenzato lo scrittore torinese. La Commedia non ha solo rappresentato un formidabile "vocabolario" di immagini, di parole, di citazioni per descrivere il campo di concentramento. Il poema dantesco ha rappresentato l'occasione che ha fatto scaturire il racconto (si veda il capitolo Il canto di Ulisse) e ha fornito all'autore una lingua per dire l'esperienza del Male Assoluto, altrimenti incomunicabile; una scrittura mistica, ma a testa "ingiù", dove alla visione del Sommo Bene si sostituisce quella, altrettanto abbagliante e terrificante, di Auschwitz. La Commedia investe diversi aspetti della scrittura e della struttura di Se questo è uomo; basti pensare che il campo di concentramento è suddiviso come l'Inferno. Infatti troviamo l'antinferno (Il viaggio), il limbo (Il Ka-be), la città di Dite (la descrizione della Buna), il Cocito (La storia dei dieci giorni). Oltre a questo, partendo da spunti legati a memorie dantesche, il saggio cerca di riflettere su alcuni aspetti cardine dell'opera leviana: il tema della vergogna, sentita come l'esperienza della propria umiliazione di sé; e quello dell'autobiografia, di Primo Levi come personaggio di Se questo è un uomo. Back to top ELENA RECANATI FOA, Lettera, a cura di M. FOA LUIGI PIERO ARDISSINO, Memoria, a cura di E. ARDISSINO Si pubblicano qui per la prima volta due brevi testi scritti "a caldo" sul finire del 1945, una lettera di Elena Recanati Foa, deportata in vari campi di concentramento, e una memoria di Luigi Pietro Ardissino, internato militare nella regione dell'Elba. Back to top MARK PIETRALUNGA, L'amico del "Middle-West": lettere inedite di Antonio Chiuminatto e Cesare Pavese L'articolo si propone di illustrare una scelta delle lettere inedite di Antonio Chiuminatto, un giovane musicista italo-americano d'origine piemontese, inviate a Cesare Pavese. Il carteggio intercorso tra Chiuminatto e Pavese tra il 1929 e il 1933 è uno dei nuclei più interessanti e fertili degli anni giovanili dello scrittore piemontese. Le lettere che qui pubblichiamo servono a testimoniare la fedeltà con cui Chiuminatto coltivava la passione di Pavese per l'America e la sua lingua. Oltre ad arricchire la competenza di Pavese in materia linguistica, le lettere di Chiuminatto sono significative anche perché gettano luce su diversi aspetti della cultura e della società americana. Si coglie l'occasione per pubblicare, inoltre, una lettera inedita di Pavese all'amico italo-americano. Back to top SILVIA SAVIOLI, «Un buon lavoro». Il carteggio inedito tra Cesare Pavese e Renata Aldrovandi Il carteggio intercorso tra Cesare Pavese e Renata Aldrovandi, composto da cinquantasei lettere, ha inizio nel luglio 1943 e si conclude nel novembre 1948. Sullo sfondo delle lettere qui pubblicate si delineano un'Italia nuova, da ricostruire dopo le lacerazioni della guerra, e il fervore di una cultura che, pur difendendo con orgoglio le scelte del passato, guarda a orizzonti più ampi e a un nuovo modo di avvicinarsi alla politica e alle esigenze democratiche della società. Back to top
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