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Il Web e l'ipertesto: un fallimento cognitivo?
 

IL WEB E L'IPERTESTO: UN FALLIMENTO COGNITIVO?

di Alessandro Perissinotto

Il recente proliferare dei portali Web ci induce a chiederci se forse non ci troviamo di fronte al fallimento, sotto il profilo cognitivo, delle strategie ipertestuali, almeno di quelle che potremmo definire "classiche". Certo, non possiamo dimenticare che l'attenzione per questi portali è determinata in parte da ragioni commerciali ed economiche e che presto il loro numero sarà costretto necessariamente a ridursi; tuttavia non possiamo neppure ignorare che gli interessi commerciali intorno ai portali sono mossi da un'indubbia funzionalità di questi oggetti testuali e che in virtù di essi il Web sembra essere molto cambiato. L'impressione è ; che, col passare del tempo e con l'accrescersi esponenziale dei materiali in Rete, la struttura del Web diventi sempre meno reticolare e sempre più ordinata in maniera gerarchica e categoriale; in altre parole, sembra che la tassonomia abbia prevalso sull'associazione, più o meno libera, tra testi.

Nel Web degli esordi, e ancora in quello dei primi anni Novanta, la componente ipertestuale e intertestuale era basilare e prevalente; la navigazione avveniva soprattutto grazie ai collegamenti che l'autore di ogni pagina Web stabiliva con altre pagine, in un gioco praticamente infinito di rimandi intertestuali, di letture e di scritture trasversali. Ogni sito era un frammento nella Rete e del frammento conservava le caratteristiche più salienti, cioè il fatto di essere un elemento a se stante e nel contempo di essere riconoscibile come parte di un tutto, un blocco concettuale che finiva là dove iniziava un altro blocco concettuale e che nel raggiungere i confini della propria trattazione denunciava la presenza di altre trattazioni, proprio come ogni pezzo di un puzzle, con la forma dei suoi bordi, richiama la presenza di un altro pezzo.

Il Web di oggi – mi verrebbe da dire – non è più così, ma uso la formula dubitativa perché la sterminata estensione del Web stesso rende impossibile dire cosa e come esso sia nel suo complesso. Dirò allora, meglio, che navigando, o forse esplorando, la Rete si ha l'impressione che i siti siano sempre più delle isole, degli elementi autosufficienti e programmaticamente separati dagli altri: ad essi non si accede più in maniera orizzontale, trasversale perché essi stessi, con la loro povertà di links esterni, non offrono più questa possibilità; l'accesso è eminentemente verticale e mediato dal portale.

Ammettendo allora che questa impressione derivi da un reale mutamento, possiamo attribuire la trasformazione a due distinte ragioni. La prima è, ancora una volta, di ordine economico. Se infatti nel Web dei pionieri chi disponeva materiale in Rete era mosso prevalentemente dal desiderio di condividere e comunicare conoscenza esattamente come i teorici dell'ipertesto da Bush a Nelson, nell'epoca dell'utilizzo commerciale della Rete, gli autori si trasformano spesso in inserzionisti e i siti diventano spazi di promozione e di vendita; ecco allora che il link trasversale, quello che riunisce ambiti tematicamente affini, rischia di trasformarsi in un improponibile collegamento con la concorrenza. Risultato: pochi, pochissimi links esterni e soprattutto collegamenti non pericolosi, cioè quasi inutili; e se certo non possiamo dire che tutti i siti siano commerciali, neppure possiamo escludere che tali siti, tra i più belli per grafica e soluzioni multimediali, abbiano una forte influenza sui modelli mentali di chi progetta siti anche dai contenuti completamente diversi.

Più rilevante, sotto il profilo semiotico, è invece la seconda possibile ragione di trasformazione, quella connessa ai processi cognitivi. Andiamo per un attimo con la memoria ai primi ipertesti, sia on-line che off-line, andiamo ad esempio all'ormai classico Afternoon di Michael Joyce, ma anche tanti ipertesti argomentativi. In quei primi prodotti di ipertestualità elettronica, così come nei software che permettevano di generarli, prevaleva nettamente l'attenzione per le hotword testuali rispetto a quella per le hotword procedurali. Definirei testuali le hotword ricavate all'interno del testo stesso e costituite da parole, frasi, interi periodi, o immagini, là dove il testo sia dotato anche di una significativa componente iconica. Direi invece procedurali le hotwords ricavate al di fuori del testo con lo scopo di permettere operazioni su di esso, hotword che si presentano sotto forma di " pulsanti", di "menu" e di altri dispositivi tipici degli interfaccia grafici. La differenza non è solo nella posizione, ma soprattutto nel diverso procedimento logico che è sotteso all'uso delle une e delle altre. Quando clicchiamo su un pulsante che reca l'indicazione "avanti" noi siamo certi che l'azione che ne seguirà sarà il passaggio alla pagina successiva, siamo certi perché abbiamo attuato quella procedura mille volte e per mille volte essa ha dato lo stesso risultato e ne deduciamo che essa darà ancora lo stesso risultato ogni volta; la scritta "avanti" posta sul pulsante non si configura quindi come un testo da interpretare, ma come un semplice segnale da decodificare. Al contrario, quando in un ipertesto ci troviamo di fronte ad una frase che funge da parola attiva, come ad esempio la proposizione «Lavate sotto acqua corrente 350 grammi di fagiolini verdi», noi dobbiamo fare un deciso sforzo interpretativo per immaginare che tipo di caratteristiche avrà la pagina alla quale giungeremo cliccando su quelle parole: potrà essere un'altra ricetta a base di fagiolini, potrà essere un manuale su come lavare efficacemente la verdura, potrà essere persino un link con il testo del famoso saggio di Greimas sulla soupe au pistou dal quale ho preso questa frase. Qui dunque interpretiamo e interpretiamo doppiamente: una prima volta per comprendere il senso del testo e una seconda volta per comprendere il possibile senso del link, la ragione e il risultato di quel collegamento ipertestuale. Qui dunque non c'è più semplice deduzione, perché le hotwords testuali non si ripetono né nella forma, né nella funzione; qui vi è abduzione.

Vediamo la questione con gli occhi di Peirce:

2.267 Una Deduzione è un argomento il cui Interpretante lo rappresenta come appartenente a una classe generale di argomenti possibili precisamente analoghi fra loro, tali che nell'esperienza, a lungo andare, la maggior parte di quelli le cui premesse sono vere avranno conclusioni vere.

2.270. Un' Abduzione è un metodo per formulare una predizione generale senza alcuna assicurazione positiva che essa risulterà valida né in un determinato caso né solitamente. La sua giustificazione è che essa è l'unica possibile speranza di regolare razionalmente la nostra condotta futura, e che l'Induzione tratta dall'esperienza passata ci incoraggia fortemente a sperare che essa avrà successo nel futuro.

E siamo così giunti, attraverso un cammino un po' tortuoso, a delineare la seconda possibile causa di una trasformazione del Web da reticolare a tassonomico: la debolezza predittiva del meccanismo abduttivo. Dicendolo con una semplificazione forse eccessiva, navigare attraverso le hotword testuali può rivelarsi troppo dispendioso sotto il profilo dell'energia psichica e troppo dispersivo in relazione alle necessità di una ricerca mirata. La trasformazione che forse è attualmente in atto nel Web potrebbe corrispondere ad una sorta di malattia della crescita: l'organizzazione di tipo ipertestuale non sarebbe in grado di garantire la navigabilità rapida attraverso una massa tanto sterminata di materiali e i portali verrebbero dunque in soccorso proponendo un modello organizzativo completamente diverso, un modello di navigazione che invece di procedere di testo in testo e di sapere in sapere, prevede continue incursioni in saperi specifici, seguite da ritorni obbligati a luoghi, i portali stessi, non già di sapere, ma di metasapere. All'incerto processo abduttivo dell'ipertesto, i portali sostituiscono la potenza della deduzione, la sicurezza, assoluta o relativa, che da una certa premessa, come il click su di una determinata categoria, discenderanno sempre le stesse conclusioni, cioè la presentazioni di pagine caratterizzate da un preciso tema.

Se le premesse e le conclusioni di questo ragionamento sono corrette (ma non è detto che lo siano né le une, né le altre), siamo costretti a rivedere alcune delle convinzioni che negli ultimi dieci-quindici anni abbiamo avuto a proposito dell'ipertesto; siamo cioè nelle condizioni di domandarci se davvero, come sostengono i connessionisti, la rete, e quindi l'ipertesto in quanto testo reticolare, costituiscano la migliore rappresentazione della conoscenza; se davvero l'ipotesi di un'intelligenza collettiva avanzata da Pierre Lévy pensando soprattutto al Web sia praticabile. Se il nuovo modello reticolare collassa sotto il peso eccessivo dei testi in Internet esso è davvero così potente da servire come chiave interpretativa per la conoscenza nel suo complesso? O forse la vecchia organizzazione gerarchica, categoriale e, in qualche misura, lineare del sapere è ancora la più funzionale?

Certo, mi rendo conto che, in questo modo, si rischia di confondere tra loro due campi distinti, quello della rappresentazione della conoscenza e quello della sua ricerca e fruizione; ma il fatto che nella ricerca e nella fruizione noi troviamo più pratico ed efficace un certo modello organizzativo non significa forse che quel modello corrisponde meglio alla rappresentazione che noi facciamo dell'oggetto cercato?

Questi interrogativi ci impongono una seria riflessione sul nostro modo di utilizzare l'ipertesto in didattica: probabilmente il fallimento dell'ipertesto non è così netto come ho provocatoriamente ipotizzato qui sopra, ma sicuramente non possiamo più dare per scontata una sua efficacia a tutto campo, non possiamo più rifarci ad esso come paradigma assoluto delle nuove metodologie di formazione.


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Ultimo aggiornamento: Tue Dec 02 13:59:35 2003