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Dopo
aver individuato lo stato come luogo per eccellenza dell’azione
politica, Weber introduce una nuova definizione di politica.
Politica
è direzione, e quindi potere, ma anche
“aspirazione
a partecipare al potere (Macht) o ad influire sulla ripartizione del potere”
Chi
fa politica aspira ad avere il potere, sia come mezzo per il raggiungere
un certo fine, sia per il potere in se stesso, per il prestigio che ne
deriva. Il politico, che lo confessi oppure no, deve provare il piacere
del potere, e lottare per conquistarlo: non è un sospetto moralistico, ma
un dato di fatto antropologico registrato senza pregiudizi.
Oggi
un teorico della democrazia riformulerebbe la definizione weberiana,
sempre valida, in questi termini: ciascuno di noi esprime legittimamente
interessi che si aspetta vengano rispettati. Emergerebbe così in primo
piano il concetto di rappresentanza (del singolo cittadino da parte di un
partito o di un candidato); Weber, che ha in mente il politico di
professione, sottolinea invece il momento della partecipazione diretta al
potere.
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