Università di Torino
Unità 37

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? Fasi di realizzazione della ricerca etnografica

 

 

L’accesso

L’etnografo per poter entrare nel gruppo in studio, si presenta o si fa presentare a quelle persone che ricoprono il ruolo di guardiani e che cioè si sono assunti la responsabilità di proteggere il gruppo. Solitamente preferisce avvalersi dell’aiuto di un mediatore culturale che, essendo una persona che gode della fiducia della popolazione in studio e che la conosce in profondità, è in grado di presentare l’etnografo e di rassicurare circa i suoi propositi.

Il ricercatore, poi, è bene che garantisca il suo genuino interesse per la cultura in studio e che il suo lavoro non avrà conseguenze negative.

Ottenuto il consenso dai guardiani, se l’etnografo ha optato per una forma di partecipazione scoperta, si presenta alla comunità rivelando il suo scopo conoscitivo, se invece desidera lavorare in incognito, inizia ad instaurare le prime relazioni sociali con le persone del posto magari chiedendo suggerimenti su dove poter mangiare o cercare casa.

In questo primo momento avviene ciò che potremmo definire un’inversione di status, in quanto è il ricercatore che viene osservato dai nativi in quanto estraneo che entra a far parte del gruppo e quest’ultimo vuole capire che tipo di persona è e perché vuole trattenersi nel suo territorio. È bene, dunque, che l’etnografo offra da subito un’immagine di sé comprensibile e rassicurante.

 

L’osservazione

Appena iniziato il lavoro al ricercatore può sembrare che non ci sia nulla di interessante o che tutto sia di estrema rilevanza. Per superare questa situazione è bene che l’etnografo faccia un’analisi approfondita dell’ipotesi di ricerca e poi dia inizio ad un’osservazione descrittiva. Questa ha per fine la descrizione piuttosto ampia della cultura nella quale la ricchezza di particolari viene sacrificata a vantaggio di una visione d’insieme.

Solo in un secondo momento è utile iniziare un’osservazione focalizzata ossia più specifica e dettagliata. Ora l’etnografo può scegliere se:

  • approfondire un particolare tema come ad esempio una festa;
  • analizzare un aspetto specifico della cultura ospite, come ad esempio una danza, intendendola come espressione del tutto con il rischio però di passare dall’interpretazione alla sovra-interpretazione della cultura.

Quando diviene necessario rilevare la frequenza dei comportamenti, magari anche per poi analizzare i risultati ricorrendo a procedure statistiche, l’etnografo realizza un’osservazione strutturata. In questo caso però il ricercatore deve registrare in modo simultaneo, per cui il lavoro risulta più semplice se egli è escluso dalla partecipazione.

È da notare, però, che nella realtà queste tre procedure osservative non si susseguono in modo rigido e che nel corso della ricerca possono essere realizzate molteplici volte poiché l’una può richiedere l’altra.



Il ricercatore può inoltre ottenere importanti informazioni avvalendosi del backtalk che consiste nella rilevazione dei giudizi dei nativi sulla qualità dell’osservazione e sull’interpretazione della cultura elaborata dall’etnografo (Cardano in Ricolfi, 1997).

 

I moduli informativi

Sono costituiti da una seria di domande fondamentali quali l’età, il sesso, il numero degli individui, le strutture occupazionali, la religione, il modello familiare,… che vengono preparate nelle loro grandi linee prima d’iniziare il lavoro e revisionate in loco. Anche se questi dati non costituiscono il centro della ricerca, sono comunque essenziali per la descrizione del gruppo e per ricreare lo sfondo su cui bisogna veder proiettati i fatti.

 

L’intervista

È stata uno dei metodi più frequentemente impiegati nelle ricerche sulle tradizioni popolari italiane ed europee.

È stata, ed è ancora oggi, utilizzata per:

  • indagare sui giudizi, valori, convinzioni, memorie ed altri aspetti della cultura non facilmente indagabili attraverso l’osservazione;
  • ottenere informazioni sulle azioni già osservate, sia per meglio comprenderle, sia per scoprirne i motivi che le hanno incentivate;
  • rilevare notizie su fenomeni ormai scomparsi.

Le interviste più usate sono descritte nella tabella sottostante.

Colloqui liberi

Il ricercatore interviene solo per mantenere il colloquio incentrato sul fenomeno che interessa. Ha il vantaggio di non influenzare la risposta dell’informatore ponendolo entro alternative forzate e di permettergli di esprimere qualcosa di nuovo. Per iniziare questo tipo d’intervista il ricercatore può utilizzare una fotografia, un ritaglio di giornale od un qualunque oggetto che porti l’intervistato a parlare di tale fenomeno.

Interviste con elencazioni tematiche

Il ricercatore avendo sotto gli occhi un elenco dei temi oggetto d’interesse, può formulare in modo non rigido le domande, evitando possibili dimenticanze. Soprattutto nelle ricerche folcloristiche tali elenchi contengono spesso titoli e motivi fiabistici, primi versi di canzoni, nomi di strumenti di lavoro o di oggetti rituali.

Interviste con questionario

Il ricercatore legge le domande contenute nel questionario in modo rigido al fine di porle a tutti i soggetti nello stesso modo. Alcuni questionari ideati per la raccolta ed il confronto di materiali etnografici in aree piuttosto vaste esistono già pronti presso enti di ricerca o in pubblicazioni speciali. Spesso però i ricercatori non li utilizzano perché non sono a conoscenza di questi strumenti, perché non comprendono i vantaggi derivanti dall’impiego di strumenti standardizzati o perché tali questionari sono inadeguati.

 

In generale i primi colloqui sono liberi e servono per saggiare il piano di ricerca ed i metodi prescelti, ad individuare nuovi aspetti d’indagine e ad identificare gli informatori più utili. Con l’approfondirsi della ricerca, poi, diventano più vantaggiose le interviste più strutturate che permettono domande e risposte precise. Le ultime interviste infine sono spesso soltanto delle occasioni per controllare o completare alcune notizie.

Spesso gli informatori non forniscono dati completamente veritieri perché:

  • imprimono il loro punto di vista al racconto che forniscono;
  • non raccontano quei dettagli che potrebbero gettare una luce sfavorevole sull’immagine delle loro famiglie o della comunità;
  • affermano ciò che credono sia accaduto;
  • temono che il ricercatore sia in realtà un poliziotto o un agente delle tasse;
  • hanno paura dei poteri magici che il ricercatore, in quanto straniero, può possedere.

Se è vero che testimonianze inesatte o erronee possono fuorviare il ricercatore, analizzate in profondità le "bugie" possono costituire un prezioso elemento conoscitivo. La veridicità delle opinioni affermate può essere analizzata attraverso un confronto con il reale comportamento messo in atto (C. Bianco, 1988).

 

La ricerca documentaria

È anche utile riprendere e completare lo spoglio dei materiali esistenti, solitamente già iniziato durante la progettazione della ricerca, perché nonostante i limiti che comporta, consente di ottenere rilevanti vantaggi.

 

Vantaggi

Limiti

Offre informazioni su fenomeni accaduti in passato.

 

Spesso le registrazioni non sono state realizzate con precisione.

 

Non è un metodo reattivo.

 

Gli archivi non contengono tutte le informazioni di cui ha bisogno il ricercatore, ma solo quelle che sono state raccolte.

È una metodologia povera che non necessita di apparecchiature costose.

Dopo un determinato periodo di tempo molti dati vengono distrutti perché non sono più ritenuti utili da chi li ha raccolti.

 

 

Assenze dal terreno

Una o più pause divengono una necessità quando:

  • la ricerca si protrae per un periodo molto lungo e l’etnografo prova stanchezza, stress, desiderio d’evasione;
  • è necessario allentare i legami con i nativi per una più proficua riflessione;
  • è necessario riascoltare e riversare le registrazioni sonore, stampare le fotografie, vedere le videoregistrazioni, consultare archivi e discutere con i colleghi.

 

La registrazione dei dati

Può essere realizzata con una o più delle seguenti tecniche:

 

Memorizzazione

È utilizzata quando l’osservazione partecipante non permette altre tecniche di registrazione.

Annotazione

Consiste nello scrivere, durante un’intervista o un’osservazione, note rapide, chiare e concise o addirittura solo parole chiave. Annotazioni più complete comporterebbero una perdita di informazioni derivante dall’interruzione della sequenza osservativa ed inoltre condizionerebbero il comportamento del nativo portandolo ad inibire l’azione o a farla perdurare nel tempo.

Registrazione sonora

Il ricercatore utilizza il magnetofono durante l’intervista e/o l’osservazione riducendo le operazioni di scrittura ai pochi elementi essenziali o evitando ogni descrizione annotativa.

Tecnica fotografica

 

Tecnica audiovisiva

Nonostante il recente affermarsi di questi mezzi di documentazione, sono ancora pochi gli antropologi che realizzano films etnografici. I vantaggi che si ottengono con l’utilizzo di questa tecnica sono:

  • la possibilità di riosservare le sequenze comportamentali in qualsiasi momento ed eventualmente confrontarle con le annotazioni raccolte;
  • la possibilità di vedere a rallentatore dei movimenti troppo veloci per l’occhio umano;
  • la possibilità di registrare senza la selettività derivante dalla stanchezza o dalle aspettative;
  • la possibilità di far vedere a più ricercatori lo stesso materiale.

Tuttavia la videoregistrazione non deve sostituire quella carta e matita ma integrarla. Gli osservatori devono essere dunque due, uno impiegato alla macchina, uno all’osservazione. Questo perché un operatore può registrare solo una minima parte di ciò che un buon osservatore riesce a vedere e perché un solo operatore perde molte informazioni se si deve concentrare anche sui dettagli tecnici.

Rilevazione oggettuale

Consiste nella raccolta di oggetti di diverso genere, uso e valore come gioielli, utensili, costumi, ceramiche, … corredati da fotografie e note che li documentano. È ormai una tecnica poco diffusa (C. Bianco, 1997).

La scelta tra queste tecniche può dipendere da più fattori quali:

  • la formazione del ricercatore;
  • il problema formulato;
  • il luogo di ricerca;
  • la delicatezza dei temi da trattare;
  • la forma della partecipazione.

 

La scrittura delle note etnografiche

Il mattino e la sera, cioè prima e dopo ogni altra attività di ricerca, sono i momenti più adatti per stendere le note etnografiche. I dati registrati vengono così ripresi in mano dall’etnografo e arricchiti con tutti quei particolari che il ricercatore sul campo ha potuto solo memorizzare. Le note etnografiche sono dunque molto più ampie ed approfondite delle precedenti registrazioni e riguardano:

 

La descrizione cronologica della giornata

Annotare in modo dettagliato le attività svolte e gli eventi a cui l’etnografo ha partecipato. Al fine di ottenere dati chiari e comprensibili è utile:

  • indicare tutti gli attori sociali coinvolti indicandoli con il loro nome ed inizialmente anche con una concisa descrizione;
  • distinguere le conversazioni e gli eventi ai quali si è assistito in prima persona da quelli raccontati dagli informatori;
  • differenziare le informazioni dalle interpretazioni con particolari segni grafici come ad esempio facendo uso di parentesi;
  • indicare i backtalk, ossia i giudizi dei soggetti in studio;
  • utilizzare un linguaggio concreto e comprensibile a tutti;
  • non dare nulla per scontato.

La descrizione della relazione osservativa

Annotare ogni giorno le condizioni entro le quali è stata condotta la ricerca ha due importanti funzioni:

  • consentire al ricercatore di riflettere su eventuali errori commessi e pensare ad altri metodi di relazione più proficui;
  • consentire alla comunità scientifica di valutare la plausibilità degli asserti formulati nel resoconto etnografico.

L’analisi della documentazione empirica

Questa è un’attività che accompagna tutte le fasi del lavoro etnografico e che va realizzata almeno una volta alla settimana. Consiste nel leggere le note etnografiche e nell’analizzarle:

  • trasformando il linguaggio e le categorie concettuali della società ospite in quelle dell’etnografo;
  • segnando aggiunte e rettifiche che però non sostituiscono le annotazioni originarie così da documentare le lacune di volta in volta colmate. L’analisi delle note consente dunque di scoprire eventuali errori commessi e di correggerli quando ancora è possibile evitando di sprecare molto tempo e denaro.

 

La stesura del resoconto etnografico

Il lavoro del ricercatore termina con questa attività olistica che rende la ricerca comunicabile e quindi valutabile dalla comunità scientifica. Un completo resoconto deve contenere anche la storia della ricerca ed una riflessione critica che ne mostri i limiti ed i punti di forza. Inoltre, avendo l’autore interpretato la cultura ospite in un determinato modo, è importante che riveli la propria tradizione teorica, i propri interessi e valori che lo hanno portato verso tale interpretazione. Un ricercatore, poi, che aggiunga sia i giudizi dei nativi che mostrano la plausibilità delle sue interpretazioni e sia quelle che le pongono in forse, è degno di stima per la chiarezza e la completezza delle informazioni che fornisce.

 

 


Last Update 04-Dec-1998 by trinchero
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Coordinamento del progetto "www.unito.it" a cura del CISI

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