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Radiazioni & Rischio
Rischio
da radiazioni ionizzanti Le
radiazioni ionizzanti rappresentano un fattore di rischio: questo è ormai
riconosciuto a livello internazionale. Tuttavia è altrettanto innegabile che
esse, quando vengono giustificatamente
impiegate in attività lavorative, rientrano in una ampia cerchia di fattori di
rischio, alcuni dei quali di importanza talvolta superiore. Le
radiazioni non devono venire demonizzate, né tanto meno sottovalutate; devono
semplicemente essere note a chi le impiega, così come noti devono essere le
loro conseguenze sull’uomo. L’osservazione
degli effetti prodotti dalle radiazioni, talvolta a causa di eventi disastrosi
come bombardamenti o incidenti, fornisce utili parametri per stimare gli
effetti dannosi attesi a seguito di esposizione alle radiazioni ionizzanti.
Certo queste stime non sono esenti,
dal punto di vista radiobiologico, da incertezze e riserve: tuttavia fino a che
la sperimentazione e l’epidemiologia non produrranno giustificate nuove
valutazioni, è lecito e prudente attenersi ai dati conosciuti, la cui dottrina radioprotezionistica più recente è descritta
nella pubblicazione N. 60 dell’ICRP (International Commission on Radiological
Protection) del 1990. Gli
effetti lesivi delle radiazioni ionizzanti sono di due tipi: deterministici e
stocastici. Gli
effetti deterministici sono
effetti a soglia, graduati e che si manifestano dopo periodi di latenza
piuttosto brevi (da poche ore ad alcuni giorni, anche se effetti come ad
esempio la cataratta possono manifestarsi a distanza di anni). Secondo
l’ICRP 60 la soglia per effetti deterministici si colloca tra qualche decimo di
Gy a parecchi Gy, a seconda del tipo di effetto: gli organi a più bassa dose
sono le gonadi, il cristallino e il tessuto emopoietico. L’ICRP indica in 0,15 Gy
di esposizione acuta una temporanea sterilità da ipospermia, mentre per una
esposizione cronica il minimo di dose si colloca intorno a 0,4 Gy/anno. I
valori corrispondenti per la sterilità permanente sono da 3,5 a 6 Gy
(esposizione unica) e di 2 Gy/anno (esposizione cronica). Per le donne le
soglie in caso di esposizione acuta sono simili, mentre è assai più bassa la
soglia per esposizione cronica (0,2 Gy/anno). L’opacità
del cristallino (con conseguenti limitazioni alla visione) può insorgere per
esposizioni acute da 2 a 10 Gy di radiazioni X o gamma; per l’esposizione
cronica la soglia è poco sopra i 0,15 Gy/anno. Nel
caso del sistema emopoietico sensibili al danno sono soprattutto i linfociti:
la depressione midollare richiede comunque non meno di 0,5 Gy di esposizione
acuta e non meno di 0,4 Gy/anno per esposizione cronica. Gli
effetti stocastici sono
essenzialmente quelli cargenogenetici e quelli genetici: questi effetti non
hanno soglia (o per lo meno in radioprotezione si assume che nessun livello di
soglia, per quanto basso sia, possa escludere il rischio di insorgenza di
effetti stocastici), hanno probabilità di comparsa proporzionale alla dose
equivalente e, per la gravità dell’effetto sono indipendenti dalla dose. L’ICRP
60 stima la probabilità di insorgenza di un tumore fatale pari a 0,1 mSv-1:
nel caso di basse dosi (<0,2 Gy) o bassi dose-rate (<0,1 Gy/ora) si
applica un fattore di riduzione 2 (DDREF) perché in queste condizioni avvengono
spontanei processi di riparazione del DNA. Questa riduzione è lecita nel caso
di esposizioni mediche per le quali il coefficiente di probabilità di
cancerogenesi fatale è di 500 mSv-1. Questo significa che, esponendo
un milione di persone a 10 mSv, è attesa la comparsa di 500 tumori maligni. Se si rapporta il rischio all’esposizione di 1 mSv l’attesa sarebbe di 50 eventi infausti su un milione (uno su ventimila). Detto rischio di morte è confrontabile a quello che può aversi fumando 75 sigarette o percorrendo 4000 km in auto. |
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